STORIA ARTE E CULTURA
| IL TOPONIMO |

Il nome piu' antico di Castelbellino e' MORRO PANICALE e risale, documentato, agli anni intorno al Mille come CASTRUM MURRI e DE MURRO PANICALE.
MORRO da "morr" o "murr", voce di origine preromana che indica generalmente alture, rocce, spuntoni more di sassi e simili.
PANICALE, da "panicalus", "panicalis", "panicum", panico. "Il panico, pianta delle graminacee i cui semi minuti costituiscono un ottimo alimento per gli uccelli, costituiva in eta' medioevale il cibo ordinario della gente rustica".
Con il termine PANICAGLIA o TRIVIO, fino al Settecento, si indicava l'ampia zona a valle di Castelbellino fino all'Abbazia di S. Apollinare (in territorio di M. Roberto), in gran parte cioe' l'area dove e' l'attuale centro abitato di Pianello Vallesina. Nella zona sorgeva fino al Quattrocento una chiesa, di cui non c'e' piu' traccia, chiamata S. Maria di Panicaglia. Il riferimento del nome "panicale" ad un ipotetico culto del dio greco Pan, importato a Roma confuso e identificato con le divinita' indigene di Fauno e Sileno, sembra non essere oggettivo e fondato, ma unicamente e' indizio di una coltivazione, il panico appunto, ivi praticata a lungo.
Il mutamento del nome da MORRO PANICALE in CASTEL GHIBELLINO, CASTEL GIBELLINO, poi in CASTEL BELLINO e CASTELBELLINO, avvenne agli inizi del Trecento, quando fuoriusciti "ghibellini" da Jesi si rifugiarono nel castello, lo restaurarono e gli diedero il nome della loro fazione.
Altri comunque ritengono il toponimo composto di "castello" e di un nome di persona BELLINUS, BELLINO attestato con frequenza nelle carte medioevali.
| LE VICENDE STORICHE |
Nel 1079 il Conte Ugo degli Ottoni dona all'Eremo di Camaldoli un appezzamento di terra situato in territorio di MORRO PANICALE per costruirvi l'Abbazia di San Giorgio (presso Pianello Vallesina). E' la prima menzione che troviamo in documenti storici di Morro Panicale - Castelbellino. Feudo degli Attoni, famiglia di stirpe e legge longobarda, che estese i suoi domini nei secoli precedenti il Mille dall'Umbria, poi verso il sec. X, varcato l'Appennino, un suo ramo si affermo' nella Marca Anconetana e vi governo' fino al XII sec. Nel maggio 1194 il conte Trasmondo di Morro Panicale, figlio e nipote dei conti di Jesi, fece atto di sottomissione al Comune di Jesi. Il territorio di Morro Panicale allora si estendeva a gran parte della zona collinare degli attuali comuni di Castelbellino, Monte Roberto e Maiolati Spontini e alla pianura sottostante. A Morro Panicale seguirono i castelli di Moie e Ripe, poi Rovegliano, Monsanvito, l'abbazia di San Urbano, Apiro, Sasso, Serra San Quirico e via via tutti gli altri castelli dell'intera valle. Alla fine del Duecento il castello, e' sede del PLEBANATUS MURRI o PLEBS SANCTI BLASII ET SANCTE LUCIE DE MURRO PANICALIE, circoscrizione territoriale ecclesiastica molto piu' antica che comprendeva il territorio di Castelbellino, Monte Roberto e Maiolati. Nel corso del sec. XIV Morro Panicale cambio' il nome in CASTEL GHIBELLINO: con molta probabilita' esuli da Jesi i ghibellini, rifugiatisi nel castello, vi si insediarono, ripararono il castello dandogli il nome del loro gruppo. Nel 1517 Jesi e tutti i castelli della Vallesina venirono saccheggiati indiscriminata- mente ed incendiati dal Duca di Urbino Francesco Maria della Rovere nella sua campagna di riconquista delle terre della Marca. Fu l'ultimo episodio di una certa importanza prima dei fatti del secondo conflitto mondiale subìto da Jesi e dai suoi castelli, anche se nei secoli successivi ci furono passaggi di vari eserciti con le stesse modalita' di rapina e di violenza. Proclamata la Repubblica Romana il febbraio del 1798, le Marche furono divise in tre Dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto. Castelbellino, dal 1 aprile fece parte del Dipartimento del Musone e del Cantone di Apiro insieme ai castelli a destra del fiume Esino. Con la fine del contado di Jesi seguita all'annessione delle Marche al napoleonico Regno d'Italia nel 1808, Castelbellino fu unito a Monte Roberto e San Paolo di Jesi formando una sola realta' amministrativa con un unico Sindaco residente a Monte Roberto ed un Consiglio comunale formato da rappresentanti dei tre paesi. I tre comuni ritornarono autonomi con il 1° gennaio 1818; la comunita' di Castelbellino tuttavia fu soggetta alla Podesteria di Monte Roberto, ma qualche anno dopo , con un editto del Segretario di Stato Card. Bernetti sul Nuovo Regolamento dell'Amministrazione dello Stato, si delibera la soppressione dei potesta' e la restituzione dell'autorita' giudiziaria comunale ai capi delle rispettive magistrature comunali.
| DA VEDERE |
| PALAZZO BERARDUCCI |

E' situato in piazza S. Marco ed e' l'attuale sede del Municipio. Il palazzo comincio' a sorgere nei primi decenni del Seicento, aveva accanto altre abitazioni ed una piccola chiesa dedicata a San Antonio: un piccolo nucleo abitato di fronte al castello che veniva chiamato "Borgo" con la piazza antistante dove si svolgeva il mercato. Nel 1900 fu acquistato in parte dal Comune dell'Ing, Riccardo Vallonica, sposato con Angela Berarducci ultima discendente della famiglia. Adibito a sede comunale, e' stato restaurato nei primi anni Ottanta ed inaugurato il 14 aprile 1985. Le decorazioni pittoriche nell'odierno ufficio del Sindaco, un tempo salotti del palazzo, risalgono ai secoli XVII- XVIII e sono state restaurate dal pittore Giancarlo Spegne Schiavoni nel 1984. Poco lontano, a fianco del palazzo Berarducci, e' ubicata la LOGGETTA O BELVEDERE che si apre a sud con ampia vista panoramica. Fu eretta nel Cinquecento: la denotano gli elementi architettonico strutturali; la troviamo ricordata, per i documenti che ci rimangono, nel 1623, quando ne viene affidata la periodica pulizia al "balivo del comune". Sorge su un muro di contenimento a scarpa della soprastante area che ha fatto ipotizzare a una cinta muraria di primo impatto. Era adibita nei secoli passati a mercato coperto, in tempi piu' recenti nel locale attiguo era ubicata la farmacia. Nei pressi del Palazzo Berarducci, c'era alla fine del Cinquecento un piccolo ospedale destinato ad accogliere pellegrini e malati soli o abbandonati, era gestito da messere Marcaurelio Jacobini. Dopo quasi cento anni, nel 1697, non c'erano piu' tracce della presenza dell'ospedale, si sapeva solo che un tempo era sul retro della chiesa di San Antonio che nel frattempo era stata costruita, qualche anno piu' tardi si parlera' di "ospedale dimesso Berarducci" indicandone l'antica presenza vicino al loro palazzo e costruito su una loro proprieta'.
| VILLA COPPETTI |
Fu costruita tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento probabilmente dalla famiglia Meriggiani; lo stile neo-classico e' evidenziato dagli elementi architettonici dell'ingresso (colonne con balcone), dalla scala interna anche se non sontuosa, dalle decorazioni e pitture in alcune stanze. Alla famiglia Meriggiani apparteneva anche la villa - ora Merlini - in contrada Montali realizzata nella prima meta' del Settecento insieme alla piccola chiesa dedicata a San Giorgio. La villa Meriggiani del centro storico passo' ai marchesi Merighi il cui stemma campeggia ancora nel soffitto di un salone, poi ai baroni Franchetti e quindi alla famiglia Coppetti. Il dott. Amedeo Coppetti per testamento ne fece dono al Comune che ne venne in pieno possesso nel corso del 1990. Alla villa e' annesso un parco rico di vegetazione di alto fusto; i lavori di ristrutturazione hanno permesso di ricavare quattro appartamenti e locali destinati ad ospitare il Museo Civico ed iniziative socio-culturali.
| TEATRO "BENIAMINO GIGLI" |
I "Signori Possidenti" di Monte Roberto e di Castelbellino vollero realizzare un teatro all'interno del Palazzo Comunale di Monte Roberto nel 1816: all'epoca Castelbellino e Monte Roberto continuarono a tenere unita la filodrammatica che nel frattempo si era costituita e tale rimase fino al 1870-80 recitando insieme a compagnie di passaggio e predisponendo spettacoli in proprio. A quegli anni, seconda meta' dell'Ottocento, risaliva il Teatrino della Societa' Filarmonica, ricordato nel 1902; era ubicato sopra il teatro attuale, mentre sotto, nell'odierno ingresso e sue vicinanze, c'era un molino ad olio, non era di grandi dimensioni ma aveva dei piccoli palchi di legno: una "sala alla francese" come venivano chiamati impianti di questo genere. Nel 1920 la Societa' Filarmonica "Risorgimento" acquista alcuni locali dal Comune, adiacenti al vecchio teatro, per ricostruirlo di nuovo onde appagare "il desiderio di questa popolazione di avere un locale ove si possono dare rappresentazioni ad incremento della educazione ed istruzione del paese". Il Comune si riservava il locale "per conferenze istruttive, patriottiche ed agricole". Il teatro viene cosi' ricostruito e chiamato ancora "Risorgimento" dal nome della filodrammatica: al posto del vecchio palchettone in legno si costrui' "una galleria a ferro di cavallo sostenuta da 14 colonne, il tutto costruito parte in cemento armato, parte in muratura di laterizi". Vi si svolgevano rappresentazioni, feste ed accademie scolastiche. Non rispondeva pero' alle nuove norme di sicurezza, nel 1932 allora si fecero lavori per una adeguata sistemazione ed ampliamento: la capienza al termine dei lavori sara' di 80 posti in platea e 35 in galleria. Il nuovo teatro venne ufficialmente inaugurato il 30 ottobre 1932 e dedicato a Beniamino Gigli (1870-1957), il tenore di Recanati gia' affermato in tutto il mondo. Le abbondanti nevicate del 1963 causarono la caduta e la rovina del teatro. La sua ricostruzione, con una totale ristrutturazione, fu portata a termine nel 1979. Nel primo dopoguerra, il 1 gennaio 1948, sulla scia delle esperienze precedenti, si costitui' la FILODRAMMATICA "TALI'A, nel decalogo per tutti i filodrammatici che si esibiranno nel Teatro Comunale di Castelbellino si ricordava che Castelbellino ha una tradizione filodrammatica delle piu' invidiabili, un pubblico che sa apprezzare le doti degli artisti, e giudicare i lavori che vengono eseguiti. Dal 1948 al 1954 la Filodrammatica porto' in scena lavori di Riccardo Melani, Eduardo De Filippo, G. Genzato, E. Caglieri, A. De Benedetti, Peppino De Filippo, Dario Niccodemi, ecc. Nel 1979 si costitui' il GRUPPO TEATRALE "GLI OSTINATI" diretto da Sandro Franconi trasformatosi ben presto in COMPAGNIA DELL'ARCO che, sempre per la regia di Sandro Franconi, in questi anni ha portato in scena opere di Pirandello, Checov, Wilde, Moliere, Goldoni, con crescente successo e richieste anche fuori regione. Per iniziativa della Compagnia dell'Arco nel 1991 e' nata CASTELBELLINO ARTE che ha promosso, in sintonia con l'Amministrazione Comunale e la Pro Loco, manifestazioni artistiche (pittura, musica, poesia, teatro, cinema, danza)ed incontri culturali. Per il loro lusinghiero successo sono da ricordare le mostre di artisti quali Augusto Salati (1991), Paolo De Santi (1992), Paolo Consorti (1993), degli armeni Khachik Abrahamian, Gagik Badalian, Gagik Ghazanjian (1994), Roberto Stelluti (1995) e Philippe Artias (1996). Collegata alla storia del teatro e' la vicenda della banda musicale; come fu unita per decenni nell'Ottocento tra Castelbellino e Monte Roberto la filodrammatica cosi' con tutta probabilita' lo e' stata anche la banda. Di certo risulta che la banda musicale di Monte Roberto e' stata costituita in seguito ad una scuola di musica diretta da Odoardo Gabbianelli nel 1874 e comprendeva anche elementi di Castelbellino. Quella di Castelbellino divenne autonoma soltanto nel 1886/1887 quando l'allora Amministrazione Comunale decise di finanziare in proprio una scuola di musica staccandosi da Monte Roberto. Primo maestro fu Gherardo Gagliardini, originario di Maiolati, che diresse la banda fino agli anni del primo conflitto mondiale (1914-18). Gli successe, fino al 1929-30, Umberto Maiolini, poi fino al 1944, anno della sua morte , fu diretta da Guglielmo Annibaldi, diplomato in strumentazione e composizione presso il conservatorio di Pesaro, che la porto' ad un alto livello qualitativo: non per nulla oggi al suo nome e' intitolata la banda stessa. Negli anni dell'immediato dopoguerra fu diretta da Guido Ruggeri, finche' nell'aprile del 1949 non fu affidata ad Altiero Romiti fino al 1990. Durante la sua lunga e appassionata direzione, la banda celebro' il 21 novembre 1987 il centenario della fondazione. Dopo la breve direzione di Marco Mecarelli, la banda e' ora dal 1993, diretta da Giuliano Gasparini, diplomato in tromba presso il conservatorio di Pesaro.
| IL MUSEO CIVICO |
L'idea di allestire un museo è nata
nel 1986 per conservare e rendere fruibili al pubblico reperti archeologia giacenti
da tempo in magazzino ed altri nel frattempo ritrovati in superficie nel territorio
ed opere d'arte provenienti dalle sedi più disparate.
Il progetto si concretizzò l'anno successivo nella sede
provvisoria al piano terra del Palazzo Comunale.
In capaci espositori hanno trovato collocazione numerosi
reperti archeologici. Molti di essi furono trovati nel Palazzo Berarducci, attualmente
sede comunale, durante i lavori di restauro terminati nel 1985; con tutta probabilità vi
erano stati deposti dopo il loro ritrovamento nel territorio di Castelbellino e
proprio sui terreni dei Berarducci, che da secoli come abbiamo visto, hanno
restituito testimonianze d'epoca romana; molti altri invece sono stati messi insieme in
tempi diversi a seconda dei loro rinvenimento nei consueti lavori agricoli senza aver mai
proceduto a scavi in profondità.
Si tratta di frammenti fittili, vasi, anfore e tegole
d'epoca romana; c'è anche un particolare decorativo caratteristico di un tempio che
doveva sorgere in contrada Mattonato, proprio al di sotto dell'attuale cimitero. Ci sono
frammenti di pavimento in mosaico, di pareti dipinte ("rosso pompeiano") e di
altre decorazioni non altrimenti ben identificate.
Sono inoltre esposte nel museo quattro tele-pale d'altare
di notevole interesse.
A-Madonna del Rosario, di Benedetto Nucci (1 5 15 c.- 1587)
.
Proviene dalla chiesa del cimitero; fino ad oltre
la metà dell'Ottocento era collocata nella chiesa parrocchiale di S. Marco
nell'altare del SS. Rosario: originaria provenienza la chiesa di S. Marco nel centro
storico.
Interessante la lettura iconografica della tela: la Madonna
con il Bambino Gesù sulle ginocchia porge il Rosario a S. Domenico con a fianco S.
Barbara e S. Caterina da Siena, mentre dall'altro lato vi sono S. Giovanni Battista,
S. Pietro Martire e un santo vescovo (S. Ubaldo?). Tre dei sei santi sono domenicani
(S. Domenico, S. Pietro. Martire e S. Caterina da Siena, spesso accomunati in
analoghe composizioni iconografiche) ed indicano come la preghiera dei Rosario fosse
stata diffusa particolarmente dall'Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani). La tela con
tutta probabilità è stata ridotta dalle sue originali
dimensioni (gli angeli in alto sono tagliati) per essere adattata ad un nuovo spazio. Essa
quasi certamente fu acquistata dalla Confraternita del Rosario negli ultimi anni del
Cinquecento: nel 1593, come risulta dalle visite pastorali di Mons. G. del Monte, la
confraternita possedeva più di 200 fiorini ed aveva intenzione di ricostruire l'altare
con una immagine più decente.
La tela è stata restaurata nel 1988.
Dall'analisi dell'opera, che non figura inclusa nella recente ed
importante monografia dei pittore di Gubbio, il Nucci risulta pienamente calato nel clima
del Cinquecento avanzato che circolava tra l'Umbria e le Marche, e sul quale, pur tra le
varie e spesso succose diversificazioni locali, ancora aleggiava la comune memoria di
Raffaelo. Una memoria beninteso, svisata e diluita nei suoi termini stilistici e
figurativi più pregiati (e perciò più difficilmente assimilabili) e rivisitata con
autentico spirito arcaizzante. La grande tela di Castelbellino ci mostra l'artista
eugubino nel pieno della sua maturità espressiva, in uno sfoggio compiaciuto della sua
altissima perizia artigianesca e tecnica.
La composizione è ispirata all'omonima pala di Cingoli di Lorenzo
Lotto del 1539 "dalla quale deriva il poetico motivo dei putti che spargono
doviziosi petali di rosa. Ma in Benedetto Nucci lo spazio è contratto, se non proprio
annullato, secondo certa impaginazione menieristica della figurazione, tutta espressa in
superficie e dai ritmi convulsi e spezati.
C'è qui una mescolanza di temi lotteschi, raffaelleschi e più
genericarnente toscani, interpretati in provincia con notazioni gustose di colore e di
particolari naturalistici. Databile agli anni compresi tra il settimo e l'ottavo decennio
del '500, la tela è firmata: "Benedicti Nuccii Eugubini".
B- Crocifisso tra S. Girolamo, S. Maria
Maddalena e S. Francesco, di Ernst van Schayck 1567-1631 c.).
Proviene dalla chiesa di S. Maria delle
Grazie, dove era posta sull'altare laterale di sinistra fatto erigere da Girolamo
Meriggìani nel 1620.
La tela reca la scritta: Er[nestus] De[Selaic[his] Flamengus pin[xitl.
Fu commissionata dallo stesso Meriggiani al pittore olandese da tempo operante nelle
Marche e dal 161 0 al 1631 a Castelfidardo .
C-San Michele Arcangelo tra S. Carlo Borromeo e S.
Bernardino da Siena.
Proviene anche questa dalla chiesa di S. Maria delle Grazie; era sull'altare
laterale di destra, dedicato a S. Michele Arcangelo e fatto costruire dalla famiglia
Berarducci.
La tela non à firmata, proviene con tutta probabilità dalla bottega del van
Schayck, alcuni elementi in comune lo proverebbero. Girolamo Meriggiani aveva fatto
fare un altare più sontuoso, richiese quindi una tela direttamente al maestro, i
Berarducci invece con un altare più dimesso si accontentarono forse di una tela
degli allievi del maestro anche se egli stesso vi avrà di certo collaborato, ecco forse
il perchè della mancanza di una firma.
La firma tuttavia potrebbe mancare anche per il fatto che la tela sembra
essere stata ridotta ai lati per adattarla all'altare. Il Donnini comunque
l'attribuisce al van Schayck e scrive di ambedue le tele: "L'intensità
cromatica e il potente naturalismo dell'artista di Utrecht affiorano qua e là dalle
composizioni, mentre altri brani sembrano evolvere verso una pittura più
affrettata, con effetti ed episodi figurativi di maniera, qualitativamente più debole,
sorretta solo da una ormai esperita abilità tecnica. Ciò sia detto, beninteso, senza
nulla togliere al vari Schayck, la cui pagina costituisce pur sempre un capitolo di
sicuro rilievo nella vicenda pittorica marchigiana del primo Seicento. La
tempra stilistica dell'artista, tanto più tonica quando tradiva emozioni dirette e
più intense con le correnti figurativi della sua terra
d'origine, sembra cedere il campo a una contaminazione baroccesca.
D- PREDICA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
Tela molto rovinata e di difficile lettura in tutti i suoi particolari per alcuni interventi maldestri di restauro. Si tratta probabilmente della tela di Antonio Sarti del 1608, S. Giovanni Battista e S. Marco, commissionata dal pievano Don Zanobio Giorgini per la chiesa di S. Marco; un opportuno restauro potra' restituire una piu' chiara lettura della tela e forse anche il suo autore.