IL CASCAMIFICIO

Nel dicembre del 1875 si va a costruire la società per la cardatura e la filatura dei cascami di seta che incontra però presto degli ostacoli come la guerra doganale con la Francia, che chiude il qualificato e sostanzioso mercato di Lione sul quale si puntava molto. Lo stabilimento lavora subito in perdita, perciò molti fusi debbono essere tenuti fermi.
Due anni dopo la chiusura sembra certa: il capitale iniziale è stato impiegato per coprire le perdite derivanti dalla insufficienza di forni. Solo otto anni dopo arriva da Milano l’ingegnere Giuseppe Bonacosse per conto della “Cascami 1872”, che dopo una ristrutturazione riuscirà a salvare lo stabilimento.
Successivamente le maestranze saliranno fino a 600 per ridiscendere alle 450 unità nell’ultimo decennio del XIX secolo a causa di una politica di divisionalizzazione settoriale del lavoro e di decentramento produttivo nazionale ormai necessari per la gestione ottimale della Società, divenuta leader di settore in Europa.
Era sorprendente come per risparmiare sui costi fossero impiegati numerosi fanciulli anche nella micidiale preparazione della “pasta di fosforo”.
Intorno al 1990 la “Cascami 1972” operava in Italia, oltre che a Jesi, a Vigevano (PV), a Rugliano (VI) ed a Tarcento (UD). Presso i suoi stabilimenti venivano prodotti oltre che filati di seta pura ( seta Schiappe) anche filati contenenti fibre artificiali ( Viscosa) , sintetiche (Poliestere) e misti (Viscosa/Seta, Poliestere/Seta, Seta/Cotone, Seta/Lana).
In particolare, nell’opificio jesino si producevano quasi esclusivamente filati di Viscosa “Impuro” ed in “Mischia Intima” con la seta, che trovavano applicazione in maglieria estera, abbigliamento ed arredamento.
Il prodotto jesino, a prova di concorrenza orientale e molto richiesto, si rivolgeva in gran parte al mercato italiano di una fascia esigente e raffinata.
Lo stabilimento di Jesi con una superfice di 22.250 mq (di cui 8.740 coperti) , 140 dipendenti ed una vastissima esperienza e’ stato depositario indiscusso di un grande patrimonio tecnologico.
Oggi tale stabilimento risulta chiuso a causa delle politiche economiche e della globalizzazione produttiva mondiale.