Ennio Tamburi

Mappe di luoghi impossibili

A dieci anni di distanza dalla grande personale “Semplice. Complesso”, tenutasi nella Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma (2012), Palazzo Bisaccioni – sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi – ospita un’ampia selezione di opere realizzate da Ennio Tamburi tra il 1993 e il 2011, un nucleo fortemente rappresentativo della ricerca pittorica che il maestro jesino, considerato uno degli interpreti più raffinati dello scenario artistico italiano del Novecento, scelse di radunare per la retrospettiva romana e che segnano il punto apicale di una intera carriera dedicata allo studio del segno e dello spazio.

“Per artisti come Tamburi – o come Griffa, come Novelli, come Twombly, tra gli accostamenti più fedeli e ricorrenti nella critica – accanto a un segno c’è sempre un altro segno per effetto di espansione, di libertà, di indefinitezza. La scena informale della Roma anni Sessanta resta viva nell’impasto di colore e materia in questi interpreti dello spazio sempre auratico dell’opera. Uno spazio che Tamburi intende come “campo”, secondo molteplici declinazioni. Campo di battaglia, nei primi agglomerati di puntini “schierati, compatti, pronti a colpire” che attrezzavano le carte degli anni Novanta. Campo energetico, quantico, “predimensionale” nei fogli sciolti e radunati in coppie e gruppi a partire dagli anni Duemila” (Roberto Lacarbonara).

In mostra i numerosi polittici realizzati con l’accostamento di preziose carte artigianali tibetane, giapponesi, indiane e nepalesi che l’artista sceglieva con meticolosa attenzione. In alcuni casi la carta è ridipinta, in altri lasciata integralmente “al naturale” in modo che il supporto riveli la sua trama, la sua corposità o leggerezza, creando un contrappunto con le immagini. I lavori si contraddistinguono anche per l’uso di colori pastello che entrano armonicamente in relazione con lo sfondo delle carte.

Quadri come “pagine” disposte per effetto di una dilatazione fluida della pellicola pittorica, ma al contempo caratterizzate dalla composizione geometrica e rigorosa degli agglomerati di punti ritmati in superficie.

Negli acquerelli e nelle tempere di Ennio Tamburi, l’organizzazione strutturale del dipinto serve a ricompattare aree omogenee e organizzate, radunando segni come fossero case o insediamenti di una città infinta, globale. Un’idea di spazio regolare ma non matematico. La scelta di esibire le opere su carta, senza supporti né cornici, risponde all’esigenza di non “chiudere” discorsi e pratiche pittoriche: una sorta di scrittura ininterrotta e, pertanto, interminabile.

Ennio Tamburi nasce a Jesi il 9 settembre 1936. Si trasferisce a Roma dove inizia la sua attività negli anni ’50, soggiornando frequentemente a Parigi e avvicinandosi all’Informale. In questi anni riceve numerosi riconoscimenti come il Premio Arezzo, il Maggio di Bari, il Premio Prato, il Premio Incontri d’Arte di Bologna e quello della Quadriennale di Roma.

Intorno agli anni ’60 comincia a rivolgere la propria attenzione all’Arte Concettuale, incentrando la propria ricerca sull’oggetto e sulla scultura, utilizzando principalmente lamiera solfatata e neon, ma anche sulla fotografia e sull’architettura.
Espone in numerose mostre collettive e personali: Galleria il Punto, Torino 1973; Festival dei Due Mondi, Spoleto 1970; Biennale di Venezia, 1975; Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1975; Galleria Due Mondi, Roma 1976; Galleria d’Arte Moderna, Arezzo 1976; Galleria La Tartaruga, Roma 1976; Kunsthalle, Kôln e Düsseldorf 1977.

Gli anni ’80 determinano una svolta definitiva per Tamburi, sia per quanto riguarda la sua poetica che per le tecniche utilizzate. Si trasferisce in Svizzera dove opera accanto alle istanze dell’Arte Concreta.
Durante un viaggio in Asia scopre e inizia a utilizzare le carte pregiate lavorate a mano provenienti dal Tibet, dal Nepal, dalla Cina, dall’India e dal Giappone. Fondamentali i viaggi in Giappone e in Birmania, luoghi in cui approfondisce ulteriormente lo studio delle tecniche di produzione della carta, medium attraverso cui, con acquerelli e tempere, Tamburi realizza i lavori degli anni successivi.

Negli anni ’80, ’90 e 2000, espone in molte città italiane ed europee: Galleria Salomon, Parigi 1980; Galerie Mark, Parigi 1982; Fortezza Trecentesca, Montalcino 1987; Temple University Roma e Philadelphia 1990; Galleria del ‘500, Siena 1992; The Blaxland Gallery, New South Wales, Sidney 1992; Kunsthaus Richterswil, Zurigo 1998; Centro di Studi Italiani, Zurigo 1999; Die Halle, Zurigo 2000; Gallerie Anton Meier, Ginevra 2003; Fondation Sur-La-Velle, Ancienne Eglise du Noirmont, Svizzera 2004; L.I. ART, Roma 2005; Biblioteca Casanatense, Roma 2006; Lazertis Galerie, Zurigo 2007; Museo del Convento di San Giovanni, Müstair 2009; Fabriano Space, Milano 2008.

All’attività di pittore affianca quella di scenografo e disegnatore collaborando alla scenografia di film di Luchino Visconti e Roman Polanski, disegnando manifesti per gli spettacoli teatrali di Giorgio Strehler e Luca Ronconi.
Nel 2012 la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma gli dedica una grande retrospettiva.

Ennio Tamburi

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