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Piste ciclabili, il dovere del bene pubblico

“Bene le piste ciclabili, ma non sotto casa mia”. O anche “Jesi non è una città adatta alla bicicletta”. Sono queste le obiezioni che puntualmente vengono sollevate quando presentiamo un nuovo tratto di ciclovia. Quello che si svilupperà lungo Viale M.L.King - Viale Verdi a servizio di cinque scuole e di un grande quartiere, raccordandosi alle ciclabili già esistenti, non sfugge a questa realtà.
E nell’imminenza della gara d’appalto per l’assegnazione dei lavori, mi preme ricordare come non posso accogliere tali obiezioni, perché quello a cui un sindaco deve tendere non è l’interesse ancorché legittimo di un privato, ma il bene pubblico a cui ho sempre improntato l’azione di governo cittadino. Il bene pubblico, a volte o forse spesso, non collima con l’interesse privato. Ma non può essere oggetto né di trattativa né di merce di scambio: perché a valere è sempre l’interesse generale di una Comunità.
Ed il bene pubblico di una pista ciclabile, a ben vedere, nasce da tre precise questioni: una ambientale, una tecnica e una di sicurezza.
Ambientale perché chiunque ha responsabilità amministrative, a qualsiasi livello, deve porre il suo mattoncino per la difesa di beni naturali insopprimibili, come il clima e la qualità dell’aria. C’è chi replica: ma è un mattoncino che non conta nulla rispetto all’inquinamento mondiale. Non è una giustificazione valida. Non mi esime dal porre in essere azioni virtuose. E favorire l’uso della bicicletta anziché dell’auto è senz’altro un’azione virtuosa.
Ma c’è anche una questione tecnica: perché il percorso di una pista ciclabile è stato studiato, analizzato e progettato da chi ha competenze specifiche in materia, tenendo conto delle strade, del bacino di utenza, degli edifici pubblici e privati. Non nasce dal nulla ed è stato per altro improntato alla massima trasparenza. Ne è infatti seguito un confronto che abbiamo voluto effettuare tra gli stessi tecnici ed i cittadini, anche per studiare eventuali soluzioni alternative risultate poi impraticabili, fermo restando che l’idea di fondo, e cioè quella di favorire l’uso della bicicletta in luogo dell’auto, fa parte di quel concetto di bene pubblico che non può essere oggetto di mediazione. 
C’è infine una questione legata alla sicurezza: in Italia (dati 2017) muore un ciclista per incidente stradale ogni 34 ore, sono 254 l’anno, siamo il paese con il più alto indice di mortalità sulle due ruote. Non possiamo ignorare questi dati tragici, rientra nel bene pubblico tutelare chi sceglie di muoversi in bicicletta.
Chiudo con una considerazione. Pensate alle piste ciclabili in Via Grecia o al Prato: sembravano dovessero bloccare il traffico, creare chissà quali ingorghi o pericoli. A distanza di mesi o anni non mi pare che vi sia stato il benché minimo problema.

Massimo Bacci

Jesi, 5 aprile 2019

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