Cos'è?
Al centro della serata il Requiem di Fauré in re minore op. 48, capolavoro di profondità emotiva e purezza stilistica. Composta tra il 1887 e il 1893, è un'opera che sussurra anziché gridare, che illumina anziché abbagliare, invitando alla contemplazione anziché alla resa drammatica. Le sue caratteristiche peculiari – la delicatezza orchestrale, la melodia cristallina, l'assenza deliberata di ogni enfasi apocalittica – lo rendono un rifugio sonoro in cui il dolore si trasforma in consolazione. Il concerto proporrà la versione del 1900 per orchestra sinfonica completa, nella quale Fauré ampliò e arricchì la veste orchestrale originaria, conferendo alla partitura una maggiore ampiezza sonora senza tradirne lo spirito intimista.
Fauré sceglie di eliminare quasi del tutto le sezioni che evocano il terrore del Giudizio Universale. L'Introito et Kyrie si apre con un coro dal timbro etereo, sorretto da un'orchestra ridotta all'essenziale: archi, arpa, organo e pochi legni. Nell'Offertorium brilla il celebre Pie Jesu, dove il soprano accarezza le parole con una dolcezza disarmante, priva di quel pathos operistico che spesso trasforma il requiem in dramma teatrale. Il Sanctus porta poi questa serenità a un vertice di estasi contenuta, con le voci che si intrecciano come fili di luce sopra un accompagnamento orchestrale mai sovrastante.
Uno dei tratti più rivoluzionari è il trattamento dell'Agnus Dei et Lux Aeterna: la luce eterna viene chiesta con una cantabilità serena, quasi danzante, evocando un paradiso luminoso dove l'anima trova finalmente riposo. Il culmine dell'opera resta l'In Paradisum: qui Fauré compie un miracolo di economia espressiva, con il coro accompagnato solo dall'organo e dall'arpa. Non c'è apoteosi, ma un dissolversi progressivo della materia sonora in pura luce.
Al di là della tecnica, ciò che rende immortale il Requiem di Fauré è la sua visione della morte: una fede che non teme il buio perché sa che oltre c'è il giorno. Un inno alla vita che merita di essere ascoltato dal vivo, in uno spazio sacro capace di accoglierne l'intimità. Completano il programma Nimrod di Edward Elgar, la Pavane pour une infante défunte di Maurice Ravel e il Cantique de Jean Racine dello stesso Fauré.